Lido Vannucchi: l’arte di saper raccontare per immagini

La food photography nasce come fotografia di stile e, non a caso, il cibo è un riflesso di quello che siamo, delle nostre abitudini, del nostro stile di vita e della nostra cultura. Lido Vannucchi è, con molta probabilità, il maggior food photographer italiano in circolazione. Scorrendo la sua biografia si evince che il cibo e l’atto del mangiare fanno parte della sua essenza: da piccolo come atto di sopravvivenza e necessità, da grande come passione e desiderio.

Sono nato in campagna da una famiglia umile dove mio padre allevava piccioni, dove c’era il pollaio e dove era vivo un rapporto viscerale con la terra. Mia mamma cucinava, e cucinava bene. A 40 anni mi sono reso conto che mia madre era una cuoca moderna, ed era una dote naturale. La mia prima passione – rimarca – è la cucina”.

Vannucchi ha fatto tanti altri lavori, mantenendo sempre un contatto diretto e una passione fortissima con la cucina. Il cambio di rotta è arrivato negli anni 80, quando ha avuto un guizzo creativo dato dall’uso delle polaroid e dalla fotografia erotica che in quegli anni era poco di moda, ma molto di contenuto. Una fotografia di avanguardia, che lo ha portato a uno studio approfondito della figura. Esperienze, queste, che si andranno a sommare alla conoscenza del mondo enogastronomico per fare di Lido Vannucchi quello che è ora, un fotografo a tutto tondo che presenta con i suoi scatti una storia.

Ha iniziato il suo percorso di fotografo e narratore ispirandosi alla Francia e a quello che i nostri cugini facevano già da tempo, dare importanza al piatto, alle pietanze, al territorio da cui provenivano gli ingredienti per rendere il pubblico consapevole della propria cucina e delle tradizioni.

Quando gli chiediamo come ha raggiunto uno stile così identitario, che rende un piatto un’opera d’arte, una scultura, grazie ai giochi di luci e ombre, pieni e vuoti ci dice che lo studio è tutto: “Mi sono affinato studiando i grandi maestri e seguendo corsi. Ho attinto dalla moda, dalla costruzione scenografica e dalla relazione che era intessuta tra creativo – stilista – e il fotografo. Il ruolo del fotografo è quello di dare sapere, costruire ambientazioni, creare lo storytelling”.

L’importanza della figura del fotografo nell’ambiente della ristorazione Vannucchi la sottolinea sempre ricordando la Francia: “Per il concorso Bocuse d’Or, le squadre erano composte dal cuoco, l’aiuto cuoco, un allenatore e un fotografo, colui che portava fuori, all’esterno, l’immagine stessa del ristorante, delle tradizioni, della cultura, delle tendenze”.

I francesi ci avevano visto lungo: il fotografo è una figura chiave nel panorama contemporaneo, la fotografia racconta, immortala, fa sognare, ci fa vedere oltre. Mostrare un’immagine, scattare una fotografia e presentarla al pubblico è funzionale a rendere consapevole il pubblico stesso di che cosa sta succedendo, quali sono le tendenze in atto.

Il fotografo diventa così un narratore. E su questo Vannucchi è molto chiaro: sa bene che il suo ruolo non è solo quello di costruire la scenografia, ma è quello di dare vita a una storia, fatta di emozioni che trapelano dall’immagine. E sicuramente il primo passo è parlare con gli Chef, capire i desideri, la loro filosofia, il linguaggio. Il lavoro del fotografo si compone di un’analisi molto profonda non solo delle pietanze, ma anche dei desideri umani della mente creativa (lo Chef appunto). Vannucchi rivela che i primi incontri sono fatti di chiacchiere, di conoscenza e condivisione di pensieri e idee. Ed è ciò che distingue, in fondo, la fotografia professionale da quella amatoriale.

Gli chiediamo che cosa, a parere suo, è cambiato grazie all’avvento dei social: lui ride perché mi dice che quando ha iniziato a scattare fotografie di cibo lo prendevano in giro. E invece…

Vanno bene le fotografie fatte così, anche con il cellulare. Ma il food è un lavoro complesso, bisogna conoscere tutto: il territorio, gli ingredienti, i sapori. Così da creare, insieme agli Chef, quella storia che poi verrà veicolata attraverso le immagini, cercando di estrapolare anche la filosofia ristorativa”.

Possiamo dunque affermare, a buon diritto, che fotografare il cibo è un’arte che racchiude in sé molteplici sfaccettature e significati, a partire da quello fondamentale del raccontare una storia e trasmetterla agli altri perché attraverso queste immagini così dense di elementi, il fotografo è in grado di innescare in tutti noi il desiderio di conoscere, gustare, imparare e sederci poi a un tavolo.

 

La food photography nasce come fotografia di stile e, non a caso, il cibo è un riflesso di quello che siamo, delle nostre abitudini, del nostro stile di vita e della nostra cultura. Lido Vannucchi è, con molta probabilità, il maggior food photographer italiano in circolazione. Scorrendo la sua biografia si evince che il cibo e l’atto del mangiare fanno parte della sua essenza: da piccolo come atto di sopravvivenza e necessità, da grande come passione e desiderio.

Sono nato in campagna da una famiglia umile dove mio padre allevava piccioni, dove c’era il pollaio e dove era vivo un rapporto viscerale con la terra. Mia mamma cucinava, e cucinava bene. A 40 anni mi sono reso conto che mia madre era una cuoca moderna, ed era una dote naturale. La mia prima passione – rimarca – è la cucina”.

Vannucchi ha fatto tanti altri lavori, mantenendo sempre un contatto diretto e una passione fortissima con la cucina. Il cambio di rotta è arrivato negli anni 80, quando ha avuto un guizzo creativo dato dall’uso delle polaroid e dalla fotografia erotica che in quegli anni era poco di moda, ma molto di contenuto. Una fotografia di avanguardia, che lo ha portato a uno studio approfondito della figura. Esperienze, queste, che si andranno a sommare alla conoscenza del mondo enogastronomico per fare di Lido Vannucchi quello che è ora, un fotografo a tutto tondo che presenta con i suoi scatti una storia.

Ha iniziato il suo percorso di fotografo e narratore ispirandosi alla Francia e a quello che i nostri cugini facevano già da tempo, dare importanza al piatto, alle pietanze, al territorio da cui provenivano gli ingredienti per rendere il pubblico consapevole della propria cucina e delle tradizioni.

Quando gli chiediamo come ha raggiunto uno stile così identitario, che rende un piatto un’opera d’arte, una scultura, grazie ai giochi di luci e ombre, pieni e vuoti ci dice che lo studio è tutto: “Mi sono affinato studiando i grandi maestri e seguendo corsi. Ho attinto dalla moda, dalla costruzione scenografica e dalla relazione che era intessuta tra creativo – stilista – e il fotografo. Il ruolo del fotografo è quello di dare sapere, costruire ambientazioni, creare lo storytelling”.

L’importanza della figura del fotografo nell’ambiente della ristorazione Vannucchi la sottolinea sempre ricordando la Francia: “Per il concorso Bocuse d’Or, le squadre erano composte dal cuoco, l’aiuto cuoco, un allenatore e un fotografo, colui che portava fuori, all’esterno, l’immagine stessa del ristorante, delle tradizioni, della cultura, delle tendenze”.

I francesi ci avevano visto lungo: il fotografo è una figura chiave nel panorama contemporaneo, la fotografia racconta, immortala, fa sognare, ci fa vedere oltre. Mostrare un’immagine, scattare una fotografia e presentarla al pubblico è funzionale a rendere consapevole il pubblico stesso di che cosa sta succedendo, quali sono le tendenze in atto.

Il fotografo diventa così un narratore. E su questo Vannucchi è molto chiaro: sa bene che il suo ruolo non è solo quello di costruire la scenografia, ma è quello di dare vita a una storia, fatta di emozioni che trapelano dall’immagine. E sicuramente il primo passo è parlare con gli Chef, capire i desideri, la loro filosofia, il linguaggio. Il lavoro del fotografo si compone di un’analisi molto profonda non solo delle pietanze, ma anche dei desideri umani della mente creativa (lo Chef appunto). Vannucchi rivela che i primi incontri sono fatti di chiacchiere, di conoscenza e condivisione di pensieri e idee. Ed è ciò che distingue, in fondo, la fotografia professionale da quella amatoriale.

Gli chiediamo che cosa, a parere suo, è cambiato grazie all’avvento dei social: lui ride perché mi dice che quando ha iniziato a scattare fotografie di cibo lo prendevano in giro. E invece…

Vanno bene le fotografie fatte così, anche con il cellulare. Ma il food è un lavoro complesso, bisogna conoscere tutto: il territorio, gli ingredienti, i sapori. Così da creare, insieme agli Chef, quella storia che poi verrà veicolata attraverso le immagini, cercando di estrapolare anche la filosofia ristorativa”.

Possiamo dunque affermare, a buon diritto, che fotografare il cibo è un’arte che racchiude in sé molteplici sfaccettature e significati, a partire da quello fondamentale del raccontare una storia e trasmetterla agli altri perché attraverso queste immagini così dense di elementi, il fotografo è in grado di innescare in tutti noi il desiderio di conoscere, gustare, imparare e sederci poi a un tavolo.

 

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